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L'Europa si cura della cultura?

Artisti, autori, creativi e professionisti della cultura continuano a essere rappresentati, nell’immaginario collettivo, come persone dotate di un talento, di un’“aura” particolare: ricche di idee e immaginazione, circondate dalla bellezza.

Questa rappresentazione, tuttavia, rischia di nascondere una realtà molto più concreta:
una parte significativa del lavoro culturale e creativo si svolge da tempo su un terreno
caratterizzato da fragilità, discontinuità, lavoro autonomo o intermittente, difficoltà
di riconoscimento economico e forme di protezione non sempre adeguate.
Una vulnerabilità che ha ragioni sociali, storiche, strutturali e culturali e che, proprio perché
in larga misura preesistente alle trasformazioni più recenti, rischia di essere percepita come
una condizione naturale del lavoro creativo anziché come un problema sul quale interrogare
le politiche pubbliche e la società nel suo complesso.

Su questo terreno già instabile si sono innestate, in pochi anni, trasformazioni di portata eccezionale.
Prima la pandemia di Covid-19, con la drastica contrazione delle possibilità di produzione, offerta
e fruizione culturale; poi la crisi economica e il rapido mutamento di abitudini, consumi e stili di vita;
infine, l’irruzione dell’intelligenza artificiale generativa, capace, in alcuni ambiti, di modificare
radicalmente il rapporto tra tempi, costi e quantità della produzione e di mettere quindi sotto
pressione forme di competitività fondate sul lavoro umano.

A tutto questo sembra aggiungersi un’ulteriore paradosso.
Alla cultura e alla creatività viene attribuita una capacità quasi inesauribile di produrre benefici
e contribuire alla soluzione di problemi estremamente diversi tra loro: costruire relazioni e dialogo,
favorire la coesione sociale e l’integrazione, contribuire alla lotta al cambiamento climatico
e alla violenza di genere, mettere in discussione prospettive abiliste, migliorare il benessere individuale
e collettivo come succede, ad esempio, con il sempre più crescente incoraggiamento verso attività
di welfare culturale, dove alla partecipazione e alla fruizione culturale viene riconosciuta
anche una possibile funzione di prevenzione e promozione della salute e del benessere.

La cultura viene chiamata sempre più spesso a prendersi cura, sotto diverse forme, della società.
Per questo sembra diventare legittimo porre la domanda inversa: chi si prende cura di chi produce cultura?
Chi previene la progressiva dequalificazione creativa e originale umana, l’erosione delle condizioni
di lavoro e il declino strutturale degli ecosistemi dai quali ci aspettiamo tutti questi benefici?

Di cosa stiamo parlando?
L’Unione Europea ha lanciato
una Call for Evidence
al fine di raccogliere feedback
per costruire la nuova strategia relativa all’impatto e all’impiego dell’AI nei Settori Culturali
e Creativi (SCC), ovvero l’iniziativa Artificial intelligence Strategy for the Cultural
and Creative Sectors

Una ricerca in progress

Sembra importante, dunque, ascoltare ciò che emerge da questa voce plurale dal basso e osservare
non soltanto se venga raccolta, ma anche come venga ascoltata, processata, seguita e, in qualche modo, “curata”.

L’intelligenza artificiale rende questa domanda particolarmente urgente. Il suo ingresso nei processi attraverso
i quali vengono create, prodotte, distribuite e fruite opere e contenuti culturali ha aperto possibilità fino a pochi anni
fa difficilmente immaginabili, ma ha anche portato in primo piano questioni che riguardano il diritto d’autore, l’utilizzo
delle opere per l’addestramento dei modelli, la trasparenza, la remunerazione dei creatori, la diversità culturale
e linguistica e le condizioni del lavoro creativo.

La questione, allora, non è soltanto se e come adottare una nuova tecnologia, ma se le istituzioni stiano riuscendo
a governarne
le conseguenze con la stessa velocità con cui se ne diffondono e promuovono le possibilità.

È sotto questa lente che l’analisi della Call for Evidence assume una funzione di accountability civica e sociale:
osservare chi ha partecipato, quali interessi e punti di vista sono riusciti a entrare nel processo, quali rimangono
ai margini e quali problemi, richieste e possibili soluzioni sono stati portati all’attenzione delle istituzioni europee.
In altre parole, non soltanto capire che cosa è stato detto, ma anche interrogarsi su chi ha avuto la possibilità
e la capacità di dirlo, chi è stato ascoltato e chi rischia, ancora una volta, di rimanere invisibile.

Non si tratta di assumere in partenza che le nuove tecnologie, digitalizzazione e intelligenza artificiale comprese,
rappresentino necessariamente una minaccia, né di attribuire intenzioni “comode” o “di parte” ai decisori pubblici
o alla società, ma piuttosto di verificare se e quanto le vulnerabilità di chi lavora nei settori culturali e creativi
siano effettivamente visibili nei processi e nel disegno delle politiche per la gestione di questa trasformazione.

Per provare a rispondere ai quesiti posti abbiamo deciso di esplorare i feedback ricevuti dalla Call for Evidence.
Non soltanto contarli o leggerli, ma analizzarli minuziosamente, incrociare le informazioni disponibili e provare
a “spremerli” per capire che cosa dicono e che cosa, anche indirettamente, possono dirci.

La ricerca verrà restituita progressivamente, “a puntate”, seguendo il suo stesso avanzamento:
una serie di approfondimenti successivi che permetteranno di osservare, passo dopo passo, ciò che emerge, lasciando aperta anche la possibilità che, perché no, nuovi risultati suggeriscano nuove domande.

Il progetto di ricerca prevede un primo inquadramento generale sull’iniziativa e sulla consultazione,
per passare poi a osservare più da vicino chi ha partecipato, da quali Paesi, in quale veste,
attraverso quali tipologie di organizzazioni o come singoli individui e professionisti.
Il passaggio successivo entrerà nel contenuto dei contributi per capire che cosa è stato detto,
quali problemi vengono segnalati, quali preoccupazioni ricorrono, quali opportunità vengono riconosciute,
quali interessi emergono e quali richieste, proposte e possibili strumenti di policy vengono sottoposti
all’attenzione delle istituzioni europee.

Ma i feedback possono raccontarci anche qualcosa sul processo partecipativo stesso.
Si cercherà, quindi, di capire come la Call for Evidence sia stata interpretata e utilizzata da chi ha partecipato.
Lo strumento, le sue categorie e i suoi obiettivi sono stati compresi? È stato utilizzato secondo le modalità previste? Le risposte raccolte restituiscono effettivamente ciò che lo strumento intendeva raccogliere? Ed infine, è possibile capire con quanta consapevolezza i rispondenti abbiano utilizzato questo strumento di partecipazione civica?

In altre parole, si proverà a leggere questi feedback da più direzioni:
chi ha parlato, che cosa ha detto, come lo ha detto e come ha utilizzato
lo spazio di partecipazione che gli è stato offerto.

PRONTI? A breve la prima puntata!

Abbiamo preparato dei “callout”
ovvero degli approfondimenti specifici su argomenti che possono aiutare
a comprendere meglio alcuni aspetti dell’Unione Europea o di analisi
delle politiche pubbliche.

Vuoi sapere quali sono? CLICCA QUI!

Spoiler allert!

PRIMA PUNTATA - A BREVE

SECONDA PUNTATA - IN PROGRESS

TERZA PUNTATA - IN PROGRESS

QUARTA PUNTATA - IN PROGRESS

Nel frattempo…

… suggeriamo di seguire e partecipare attivamente ad un’altra consultazione
dell’Unione Europea strettamente legata al mondo della cultura e della creatività,
quella relativa alla revisione della DSM Copyright Directive UE 2019/790,
ovvero la Direttiva sul Diritto d'autore nel mercato unico digitale.

Alla luce degli ultimi sviluppi tecnologici, infatti, è stata lanciata la Targeted
initiative for a better copyright environment for European creativity and innovation,
l’iniziativa per aggiornare la legislazione vigente alla luce dell’esplosione
dell’IA generativa e dell’impatto sui temi legati ai diritti d’autore e correlati.

L’iniziativa ha già chiuso la fase di consultazione pubblica
(Call for evidence for an impact assessment - Ares(2026)4845636,
aperta per 6 settimane, dal 13 maggio al 25 giugno 2026, raccogliendo 432 feedback).

Al momento è aperto il coinvolgimento mirato sul portare EU Survey con una deadline inizialmente fissata al 3 novembre e attualmente prorogata al 10 novembre 2026.

PARTECIPA
al coinvolgimento mirato
entro il 10 novembre 2026